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L’indagine sulla domanda di formazione linguistica delle imprese


Il campione per l’indagine sulla domanda di formazione linguistica delle imprese è costituito da 1616 unità rappresentative della realtà produttiva nazionale. Le interviste sono state effettuate a 1100 imprese dislocate sul territorio nazionale e suddivise in Micro imprese, Pmi e Grandi imprese, e a 516 imprese operanti all’interno di distretti industriali. Circa un terzo del campione ricade nelle regioni nordoccidentali, il 26,8% in quelle nordorientali, il 23% nel centro e il 205 nel Sud e nelle Isole.

Dai dati emerge un profilo abbastanza problematico, poiché predominano atteggiamenti di chiusura dovuti, probabilmente, alla prevalente dimensione ridotta delle imprese, ma anche alla scarsa propensione a valutare positivamente le discontinuità che l’integrazione a livello mondiale degli scambi sta innescando. Sicuramente i dati sono contraddittori: infatti, il 76% degli intervistati dichiara di essere d’accordo sulla necessità di avere, all’interno della propria impresa, personale con competenze linguistiche, ma, nello stesso tempo, il 51% condivide l’affermazione relativa al fatto che, se non si utilizzano le lingue, non è affatto necessario organizzare corsi di formazione sulle lingue. L’inglese appare per definizione la lingua più utile: gli intervistati, imprenditori o dirigenti aziendali, lo classificano così quasi all’unanimità (99,4%). Seguono a distanza il tedesco (28,3%), il francese (27,7%) e lo spagnolo (19,7%). L’utilità cambia rispetto ad alcuni fattori come la classe di addetti (nelle aziende con 100 e più addetti, cresce il tedesco), il settore (dopo inglese, seguono tedesco per industria, francese per commercio, spagnolo nel terziario/servizi); area geografica (cresce, infatti, l’utilità del francese nelle zone de Nord ovest, del tedesco nel nord est).

Passando da quella che sicuramente può considerarsi una percezione astratta di utilità, a quello che è, invece, il concreto fabbisogno di lingue straniere nelle imprese, emerge una riduzione dei relativi valori percentuali: ben il 24,6% del campione dichiara, infatti, che all’interno dei rispettivi contesti aziendali non sussiste alcun fabbisogno linguistico. La presenza di personale con competenze linguistiche è, comunque, considerata utile dalla maggioranza delle imprese (ben il 90%). Quando però si trasferisce la stessa valutazione alla propria organizzazione, solo il 52,2% di imprese ritiene utile disporre di personale con conoscenze linguistiche, mentre il 19,4% del campione valuta questa tipologia di risorse umane per niente utile.
Per quanto riguarda il personale realmente impiegato, il 56,4% delle imprese in generale e il 50,9% delle imprese dei distretti non impiega alcun addetto che nello svolgimento delle sue mansioni utilizzi una o più lingua.

Il 66,1% delle imprese in generale e il 48,9% di quelle operanti nei distretti afferma che le competenze linguistiche non sono oggetto di valutazione nei processi di selezione del personale. Quando, però, si verificano tali competenze, lo si fa attraverso l’autodichiarazione (45,4% delle imprese in generale e 39,1% delle imprese dei distretti) o con una prova orale (38,1% imprese in generale, 42,7% imprese dei distretti).

Sono poche le imprese che fanno formazione linguistica: solo il 4,6%. La quota sale per le imprese che hanno rapporti con l’estero. Se si considerano, in ogni caso, i corsi erogati nell’ultimo biennio, prevalgono quelli a carattere generale, mentre i supporti didattici presentano poca innovazione: si utilizza, infatti, soprattutto materiale cartaceo. Alla richiesta di una previsione sull’eventuale organizzazione di corsi nei prossimi due anni, ben il 66,6% dichiara che non sarà organizzato nessun tipo di corso. Il 94,5% delle poche imprese che, invece, pensa di organizzare attività formative, proporrà corsi di lingua inglese.

Il 14,8% delle imprese italiane utilizza lavoratori stranieri, ma questo non sembra spingere i corsi di italiano L2: solo il 6%, infatti, ha promosso iniziative in tal senso. Il 90% delle imprese che impiega personale straniero dichiara che la presenza di lavoratori non italiani non crea problemi di comunicazione.